Chiara Lodi

Chiara Mo
Sono Chiara, ho 24 anni e vivo a Carpi in provincia di Modena. 
Non sono solita a scrivere e raccontare quello che per me vuol dire essere affetta da Endometriosi. Ci proverò iniziando con qualche informazione utile: L’endometriosi è una malattia cronica che colpisce 3 milioni di persone di sesso femminile in Italia, 150 milioni nel mondo. È una malattia cronica e complessa, originata dalla presenza anomala del tessuto che riveste la parete interna dell’utero, cioè l’endometrio, in altri organi quali ovaie, tube, peritoneo, vagina, intestino. 
 
Dopo aver riportato qualche dato e soprattutto la definizione della malattia vi parlerò proprio della mia esperienza. 
 
Mi è stata diagnosticata l’endometriosi due anni fa. 
Conoscevo già molto bene la patologia perché in famiglia non era certo la prima volta che la sentivo nominare.
Dico questo perché non è del tutto scontato, purtroppo l’endometriosi è ancora totalmente sconosciuta a molte donne. 
È stata forse questa la mia “fortuna”. 
Vi spiego bene. 
 
Già dal primo ciclo mestruale ho sofferto moltissimo, dolori forti e continui. 
Da quel momento in poi non è mai migliorata la mia situazione, in realtà andando avanti nel tempo non c’era più distinzione tra “periodi del mese”, i dolori lancinanti li avevo ogni singolo giorno. 
Non sono mancate visite e controlli, mi è stata consigliata la pillola anticoncezionale per regolarizzare il ciclo mestruale (mi durava quasi 9 giorni). 
Il dolore comunque non era ancora passato. 
 
Vi posso dire che avevo perso ogni speranza. 
 
Solo due anni fa ho raccolto tutte le mie forze e durante una delle solite visite di controllo ho confidato alla mia ginecologa, ormai senza troppe speranze nella risposta, che ero stanca e totalmente avvilita.
 
Mi sono sentita capita dopo tanti anni per la prima volta in quel pomeriggio di Settembre. 
È stata la prima volta che qualcuno ha voluto capire insieme a me quale fosse il problema. 
 
Insomma, per la prima volta qualcuno che non fossi io aveva nominato la parola “Endometriosi”. 
 
Non vorrei fare confusione, quel pomeriggio di Settembre sono tornata a casa con un foglio stampato che come diagnosi citava “sospetto endometriosi”. 
Solo a quel punto ho potuto fare una visita in un Centro Specializzato in Endometriosi. 
 
 
Il 4 Novembre mi reco al Centro, posso raccontarvi ogni mia sensazione di quel momento. Vi sembrerà assurdo ma ero più felice che spaventata. Si, è assurdo da dire. Comunque, qualsiasi fosse stata la diagnosi, sentivo di essere nel posto giusto. 
E così è stato, sono tornata nel parcheggio dai miei genitori dopo la accurata visita ricevuta. Non ero del tutto in me, ero un po’ confusa. Non so se fosse per i miliardi di corridoi appena attraversati cercando l’uscita in cerca di una boccata d’aria. 
 
Avevo in mano un foglio con scritto, oltre a tante parole per me in codice: 
“Conclusioni: adenomiosi uterina sintomatica, endometriosi del comparto posteriore, ovario destro sede di endometrioma di 21 mm. Suggerita terapia con Dienogest”. 
 
Per la precisione il primo giorno del successivo ciclo mestruale ho iniziato ad assumere “Endodien”, ossia un farmaco a base del principio attivo Dienogest, appartenente alla categoria degli Progestinici. 
 
Si tratta di una pillola continuativa che limita totalmente il ciclo mestruale. 
Questa è una delle terapie più utilizzate per contrastare l’endometriosi. 
Dico terapia e non cura, proprio perché è così come leggete. Non esiste cura, ad oggi.
 
Arriviamo quindi al presente. 
A Maggio avrò la visita di controllo prevista dopo l’assunzione della terapia nello stesso centro specializzato.
 
Quello che spero sia successo in questi due lunghissimi anni è sicuramente una cosa che non vi aspetterete.
Certo, spero di avere fatto qualche passo avanti e di essere quindi migliorata dal mio stato iniziale ma ancora prima spero di essere riuscita a divulgare il più possibile a ragazze giovani come me il nome “Endometriosi”, di essere riuscita a fare informazione, di essere riuscita a sensibilizzare più persone possibili.
È l’unico modo per ricevere una diagnosi nel più breve tempo possibile. E vi assicuro che anche un anno di ritardo diagnostico cambia la vita. 
 
Grazie per essere arrivati fino alla fine di questo mio racconto. 
L’ultima cosa che vorrei dire a tutte voi ragazze e donne, non credete a questa frase: “è normale avere dolore”. 

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